Stiva

Hindemith 01INSEGNARE
Colui che non capisce deve prima avere la sensazione di essere capito.
Colui che deve ascoltare, deve prima avere la sensazione di essere ascoltato.
(Bertolt Brecht, Storie del Signor Keuner)


venerdì 3 settembre 2010

Hope2604 - Steve Rambam Pt 1 – Privacy Is Dead – Get Over It In 2006, privacy expert Steven Rambam’s two hour panel was disrupted by federal authorities who arrested him at the conference just prior to its commencement. In the end, he was completely vindicated and went on to finally give his talk several months later to a packed house at a local university. This year, Steven will be on for three hours, in part to make up for what you may have missed last time, but mostly because what he says about the state of privacy in our society will captivate you. Since 1980, Pallorium's investigators have successfully closed more than 9,500 cases, ranging from homicide investigations to missing persons cases to the investigation of various types of sophisticated financial and insurance frauds. Steven Rambam has coordinated investigations in more than fifty (50) countries, and in nearly every U.S. State and Canadian province. Steven specializes in international and multi-jurisdictional investigations, and within the past few years he has conducted investigations in Israel, South Africa, Holland, France, England, India, Mexico, Guatemala, Spain, Portugal, Bulgaria, Germany, Abu Dhabi, China, Mongolia, the Philippines, Thailand, Laos, Jordan, Vietnam and Brazil, among other locations.
For More Information Visit www.pallorium.com Steve Rambam Hope Computer Hackers Planet Earth


venerdì 18 giugno 2010
È morto José Saramago

La cosa Berlusconi
di José Saramago

A coisa Berlusconi

Questo articolo, con questo stesso titolo, è stato pubblicato ieri sul quotidiano spagnolo “El País”, che me lo aveva espressamente commissionato. Considerando che in questo blog ho lasciato alcuni commenti sulle prodezze del primo ministro italiano, sarebbe strano non mettere anche qui questo testo. In futuro ce ne saranno sicuramente altri, visto che Berlusconi non rinuncerà a quello che è e a quello che fa. Né lo farò anch’io.

La Cosa Berlusconi

Non trovo altro nome con cui chiamarlo. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un profondo rigurgito non dovesse strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene distruggendo il cuore di una delle più ricche culture europee. I valori fondanti dell’umana convivenza vengono calpestati ogni giorno dalle viscide zampe della cosa Berlusconi che, tra i suoi vari talenti, possiede anche la funambolica abilità di abusare delle parole, stravolgendone l’intenzione e il significato, come nel caso del Polo della Libertà, nome del partito attraverso cui ha raggiunto il potere. L’ho chiamato delinquente e di questo non mi pento. Per ragioni di carattere semantico e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente in Italia possiede una carica più negativa che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa. È stato per rendere in modo chiaro ed efficace quello che penso della cosa Berlusconi che ho utilizzato il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli ha attribuito nel corso del tempo, nonostante mi sembri molto improbabile che Dante l’abbia mai utilizzato. Delinquenza, nel mio portoghese, significa, in accordo con i dizionari e la pratica quotidiana della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o a dettami morali”. La definizione calza senza fare una piega alla cosa Belusconi, a tal punto che sembra essere più la sua seconda pelle che qualcosa che si indossa per l’occasione. È da tanti anni che la cosa Belusconi commette crimini di variabile ma sempre dimostrata gravità. Al di là di questo, non solo ha disobbedito alle leggi ma, peggio ancora, se ne è costruite altre su misura per salvaguardare i suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, per quanto riguarda i dettami morali invece, non vale neanche la pena parlarne, tutti sanno in Italia e nel mondo che la cosa Belusconi è oramai da molto tempo caduto nella più assoluta abiezione. Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte affinché gli potesse servire da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui stanno trascinando i valori di libertà e dignità di cui erano pregne la musica di Verdi e le gesta di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale per l’Europa e gli europei. È questo che la cosa Berlusconi vuole buttare nel sacco dell’immondizia della Storia. Gli italiani glielo permetteranno?


mercoledì 9 giugno 2010

Lettera di dimissioni di Maria Luisa Busi al direttore Minzolini

Ecco la lettera integrale pubblicata dall'Ansa, indirizzata al direttore Augusto Minzolini e al Cdr, e per conoscenza al direttore generale della Rai Mauro Masi, al presidente dell'azienda Paolo Garimberti e al responsabile delle Risorse umane Luciano Flussi.

Maria Luisa Busi lascia il TG1: "Oggi l'informazione del TG1 è un'informazione parziale e di parte"
“Caro direttore - scrive la Busi - ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell'edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me - prosegue - una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori.

Come ha detto - osserva la giornalista - il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: 'la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell'ascolto tradizionale’.
Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perchè è un grande giornale. È stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani.

Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l'informazione del TG1 è un'informazione parziale e di parte.
Dov'è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d'Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perchè negli asili nido non c'è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l'onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie.

Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell'Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perchè falliti? Dov'è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell'Italia esiste. Ma il tg1 l'ha eliminata.

Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.
L'Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un'informazione di parte - un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull'inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo - e l'infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo.

Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale.
Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell'affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. È lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.

I fatti dell'Aquila ne sono stata la prova.
Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. È quello che accade quando si privilegia la comunicazione all'informazione, la propaganda alla verifica.

Ho fatto dell'onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente.
Pertanto:
1) respingo l'accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente - ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI - le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento.

Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c'è più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.
2) Respingo l'accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti.
E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.

3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l'intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all'azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di ‘danneggiare il giornale per cui lavoro’, con le mie dichiarazioni sui dati d'ascolto.
I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni.
Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: 'il tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche’. Posso dirti che l'unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto.

Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama - anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta - hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni.
Sono stata definita 'tosa ciacolante - ragazza chiacchierona - cronista senza cronaca, editorialista senza editorialì e via di questo passo.
Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20.

Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno.
Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere.

Brutto di Marius von Mayenburg




martedì 29 settembre 2009
Chiamate l'ambulanza
di Marco Travaglio

Messaggio riepilogativo a reti unificate.L’opposizione non deve opporsi, infatti per fortuna non lo fa. I giornalisti non devono farmi domande, a parte quelle che suggerisco io. I fotografi non devono fotografarmi, tranne i miei. I sindacati non devono sindacare. I magistrati non devono indagare sulle stragi di mafia, cioè su di me, perché quella è roba vecchia. E Mangano era un eroe, infatti non ha fatto il mio nome né quello di Marcello. I giudici non devono interpretare né contestare le leggi e, se la Costituzione glielo consente, è sbagliata la Costituzione. La Corte costituzionale non si deve permettere di giudicare incostituzionali le mie leggi incostituzionali; chi si crede di essere: la Corte Costituzionale? Il Capo dello Stato deve firmare quello che gli mando io e basta, come del resto ha sempre fatto. I tribunali devono condannare tutti gli immigrati a prescindere e assolvere tutti i miei amici a prescindere. Io posso denunciare gli altri, ma gli altri non possono denunciare me. I portavoce della Commissione europea non devono portare la voce della Commissione europea, se no usciamo dall’Europa. I parlamentari non devono votare perché mi fanno perdere tempo: bastano e avanzano i capigruppo.

L’Onu non deve fare l’Onu, altrimenti usciamo pure dall’Onu. La Chiesa non deve impicciarsi nei diritti umani degli immigrati e di Dino Boffo, ma solo nelle faccende di sua competenza: scuola privata, Ici, fecondazione assistita, testamento biologico. Il Papa deve dare la comunione ai divorziati, o almeno a uno: io. Gli italiani devono sposarsi in chiesa e avere una sola famiglia, eccetto me e le mie famiglie. Michelle Obama, la moglie abbronzata dell’abbronzato, deve baciarmi e all’occorrenza lasciarsi dare una palpatina. Mia moglie non deve chiedere il divorzio da me, io invece posso chiederlo da lei. Fini non deve avere delle idee e, se gliene vengono, se le tenga per sé. I pubblicitari non devono fare pubblicità ai giornali che non sono miei e alle tv che non sono mie (fra l’altro, pochissime). La Rai deve controllarla il governo, quando al governo ci sono io; quando invece sto all’opposizione, il controllo spetta alla Vigilanza, cioè all’opposizione, cioè sempre a me.

Santoro e la Gabanelli non devono raccontare cose vere, se no è giornalismo e si mette in cattiva luce Vespa. I miei giornali invitano gli elettori di centrodestra a non pagare il canone della Rai, così lo stipendio a Minzolini, Mazza, Orfeo, Liofredi, Masi, Vespa e agli altri amici lo pagano gli elettori della sinistra. La crisi finanziaria non esiste, è un’illusione ottica delle gazzette della sinistra: basta non parlarne e sparisce. I contribuenti devono smetterla di lamentarsi per le tasse troppo alte: gli faccio un condono all’anno, possibile che non capiscano? I registi non devono fare film non prodotti da me, altrimenti non sono capolavori, ma culturame. Gli insegnanti non devono insegnare. Le escort non devono farsi pagare, altrimenti addio gioia della conquista. I tenori degli enti lirici devono andare a lavorare nei campi, fannulloni che non sono altro. Il Carnevale di Viareggio non deve fare carri allegorici su di me, casomai su Mao, Stalin, Pol Pot e Di Pietro. Non ho nulla a che vedere con il Giornale di Feltri, ma mi dissocio dal Giornale di Feltri.

Kakà e Leonardo mi remano contro. Fini è un nano. Sono alto un metro e settantuno e nessuno deve permettersi di essere più alto di me, il che fra l’altro è impossibile. Sono il miglior presidente del Consiglio dai tempi di Mario e Silla: me l’ha detto l’amico Alcide De Gasperi, che mi è stato presentato l’altro giorno da don Sturzo in conference call con Luigi Einaudi. (Lo portano via)

[da Il Fatto Quotidiano, n°6 del 29 settembre 2009]

venerdì 25 settembre 2009
Il senso degli italiani per l'Italia
Lidia Ravera

Questo antiberlusconismo», ha detto Massimo D’Alema, «sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano». Poi, logicamente, ci ha ripensato (non ha smentito, perchè quello è un tic del centrodestra) e ha precisato: «C’è un antiberlusconismo che sconfina eccetera eccetera». Verrebbe da chiedersi: qual è? Quale marca di antiberlusconismo è anche anti-italiano? Ma soprattutto: che cos’è l’antiberlusconismo? Una fissazione? Un partito preso? Una malattia contagiosa? Un gioco di società?
Secondo me, l’antiberlusconismo, per esempio, non esiste, è una paranoia di Berlusconi medesimo. Ma anche, e questo è più grave, il tentativo (non certo casuale) di ridurre a tifoseria, a moda, un dissenso politico e una critica morale sulla quale io, personalmente, sarei stufa di perdermi in puntualizzazioni. Il “gossip” , di cui il Presidente del Consiglio giustamente si lamenta, è prodotto e distribuito dai rotocalchi di sua proprietà e dal suo Giornale, fa parte della sottocultura che sta rovinando la qualità della vita nel nostra Paese, non della nostra. Noi (vedete un po’ voi che cosa infilare sotto questo pronome... l’élite di sinistra che deve andare a morire ammazzata?) noi, dicevo, non siamo pettegoli e non ce ne frega niente dei Vip e dei loro festini coca&sesso. Noi pensiamo che il capo di un governo debba adottare uno stile di vita adeguato alla sua alta carica, mettere gli interessi del Paese in testa alla sua scala di priorità e rispondere alle domande poste dai cittadini e dalla stampa, invece di farfugliare maledizioni. Chi la pensa così è “anti-italiano”? E i “pro-italiani” chi sarebbero? Quelli che si ostinano a fingere che va tutto bene? I deficienti che lo credono davvero? Quelli che, questo Paese magnifico, forte di duemila anni di storia, benedetto da un patrimonio artistico ineguagliabile, ricco di una tradizione culturale sontuosa, e abitato, ancora, da una certa quantità di persone per bene, riescono a guardarlo morire senza fare una piega?
Perché è questo, che sta succedendo: l’Italia si sta trasformando in un pantano. Vischiosa e torbida. Rissosa e vacua. Ferma. Soffocante. Percorsa da uno scontento crescente e senza sbocco, divisa dall’antagonismo e unita dalla rassegnazione. L’Italia è un Paese che sta tornando indietro. E Berlusconi è, se non l’unico, il massimo responsabile di questa involuzione. Contestarlo, criticarlo non è un vuoto esercizio di radicalismo pessimista o, peggio, nostalgia dei beati anni del conflitto. Non è un vezzo esterofilo. È un obbligo patriottico.
[L'Unità – 25 settembre 2009]



Berlusconi (della TV americana, mai andato in onda in Italia, 1)

Tom | MySpace Video


Stiva di Carmen Femiano minacciata di cancellazione da Facebook


Il cantante spaventato
by larvotto


ROMENI 02

"Romeno seminudo arrestato a Cogne"
Il ritrovamento del cadavere di una donna a Garlasco potrebbe inaugurare un nuovo filone della cronaca nera: quello dei delitti-bis commessi nello stesso luogo

La villetta dei Lorenzi a Cogne
I telegiornali dei giorni scorsi hanno accolto con smisurata eccitazione la notizia di un nuovo delitto a Garlasco: il cadavere di una donna seminuda trovata in un canale. La parola 'seminudà, secondo gli studi di settore, vale da sola almeno due punti di share, ed è per questa ragione che i cadaveri di donne vestite hanno uno smercio mediatico molto più scadente, e a volte vengono riconsegnati ai parenti con qualche parola di rimprovero.

Ma è soprattutto alla parola "Garlasco" che le casalinghe lasciano cadere in terra la pentola con i broccoli emettendo un urlo di orrore, anche se la televisione sta dando la notizia di un ingorgo stradale. Il secondo delitto di Garlasco spalanca dunque le porte a un nuovo filone della cronaca nera, quello dei delitti-bis commessi nello stesso luogo già teatro di crimini di grande gradimento popolare. Vediamo i principali casi di sicuro successo.

Il secondo delitto di Erba. Nella villetta degli orrori, così chiamata a causa della impressionante bruttezza, i nuovi inquilini litigano con i nuovi dirimpettai perché stendono i panni sulla parabolica oscurando 'Amicì di Maria De Filippi. Li sterminano con il topicida e danno fuoco alla tangenziale per cancellare le prove. Vengono arrestati due rumeni che assomigliano in modo impressionante a Olindo e Rosa.

Il secondo delitto di Cogne. Nella baita degli orrori, posta accanto a casa Franzoni e così detta perché ospita la più grande collezione italiana di nani da giardino, un padre orco violenta per 3 mila volte la figlia proprio come quello austriaco, ma tutte e 3 mila nello stesso giorno. Si giustifica sostenendo di essere davvero un orco e di avere recitato in 'Shrek' come doppiatore, ma non viene creduto. Vengono arrestati due rumeni molto somiglianti ai due arrestati di Erba. Tutte le persone coinvolte nel caso, compresi gli inquirenti, sono seminude, e grazie a questo particolare il secondo delitto di Cogne conquista l'apertura dei telegiornali per due mesi.


Il secondo delitto di Perugia. Nella casa degli orrori, così chiamata perché appartiene alla famiglia Orrori, il capofamiglia Luigi Orrori lascia la figlia diciottenne sola in casa per andare a lavare la macchina. Lei, con una sua amica studentessa americana molto avvenente, organizza un festino a base di salsicce e tequila. Ma non succede assolutamente niente, e la famiglia Orrori riceve una nota di protesta dalla Federazione della Stampa, danneggiata dal mancato delitto. Fortunatamente, un mese dopo, il fratello quattordicenne della studentessa compie una strage nel suo college in Nebraska. Particolare raccapricciante, ha sbagliato college: non era il suo. Data la particolare gravità del delitto, questa volta non vengono arrestati due rumeni, ma tre, uno dei quali non assomiglia a nessun altro rumeno e per questo viene accusato di essersi sottoposto a plastica facciale per sfuggire agli inquirenti.

Il secondo branco di cani randagi a Modica. Rilasciati tra le polemiche da un magistrato per decorrenza dei termini, i cani randagi di Modica ricostituiscono il branco, questa volta rinforzato da un paio di puma fuggiti da un circo, e sbranano due rumeni seminudi, quasi identici ai due rumeni sospettati del delitto di Cogne perché molto somiglianti ai due rumeni di Erba. Il centrosinistra chiede l'aggravante razziale. La Lega propone la castrazione chimica di tutti i cani siciliani. Il branco omicida viene recluso nel canile degli orrori, così chiamato perché è gestito da una anziana animalista inglese che non si pettina dal 1985.

Il terzo delitto di Erba. Viene commesso a Cogne da uno squilibrato di Garlasco, ma viene chiamato 'terzo delitto di Erbà perché sia l'assassino che la vittima odiano i vicini di casa. L'atroce delitto viene consumato in una villetta seminuda. Viene arrestato un solo rumeno. L'altro ha un alibi di ferro: non è rumeno.
(Michele Serra – L'ESPRESSO, 26 marzo 2009)

ROMENI 01

"Maledetti romeni"
Lo erano la Franzonescu di Cogne, i coniugi di Erba Olindu e Roza, Sindoara e Calvuli. E poi Badalamentu, Provenzanul, Liggiu. Hanno distrutto l'immagine di un paese di persone oneste.

Annamaria Franzoni
Il Viminale ha cercato di emettere alcuni comunicati imbarazzati secondo cui, a proposito dei casi di stupro, nel 60,9 per cento sono responsabili cittadini italiani (e peraltro i sociologi sapevano già che la stragrande maggioranza degli stupri avviene in famiglia, e bene hanno fatto Berlusconi, Casini, Fini e altri a divorziare, per evitare situazioni così drammatiche). Per il resto, visto che sono di moda i romeni, pare che essi siano responsabili solo per il 7,8 per cento mentre un buon 6,3 per cento se lo aggiudicano i marocchini (che peraltro, come ci hanno insegnato Moravia e Sophia Loren, la loro parte l'avevano già fatta più di 60 anni fa).

Non ce la vengano a raccontare. E allora le ronde? Le facciamo contro i bergamaschi? Sarà opportuno ricordare la nefasta partecipazione dei romeni, subito dopo la guerra, alla strage di Villarbasse, ma per fortuna allora esisteva ancora la pena di morte e giustamente sono stati fucilati La Barberu, Johann Puleu, Johan L'Igntolui, e Franzisku Sapuritulu. Romena era certo Leonarda Cianciullui, la saponificatrice e, come dice il nome chiaramente straniero, romena doveva essere Rina Fort, l'autrice della strage di via San Gregorio nel 1946. Per non dire dell'origine romena della contessa Bellentani (che da nubile faceva Eminescu) che nel 1948 sparava sull'amante a Villa d'Este.

Romena non era Maria Martirano ma certamente lo era il sicario Raoul Ghianu che, su mandato di Giovanni Fenarolu, l'ha uccisa nel 1958 (tutti ricorderanno il delitto di via Monaci) e romeno era il maestro Arnaldu Graziosul che nel 45 aveva ucciso, si dice, la moglie a Fiuggi. Romeno era il Petru Cavalleru che con la sua gang aveva compiuto un'audace e sanguinosa rapina a Milano, e romeni erano i membri della sciagurata banda di via Osoppo. Benché mai scoperti, romeni erano gli attentatori della Banca dell'Agricoltura (certamente romeni erano Fredu e Venturu) e gli autori della strage alla stazione di Bologna. Romeni erano stati i sospetti di corruzione di giudici come il Previtului e il Berluschescu, romeno il ragazzo Masu che nel 1991 aveva ammazzato i genitori e i due ragazzi Erika (tipico nome extracomunitario) e Omar (romeno e musulmano per giunta!) che avevano ucciso madre e fratello di lei a Novi Ligure.

Romena era senza ombra di dubbio la signora Franzonescu di Cogne, i due coniugi di Erba Olindu e Roza, romeni erano sia Sindoara e Calvuli che i loro uccisori, romeni i banchieri che recentemente hanno portato al fallimento tanti risparmiatori, romeni i bambini di Satana, romeni i miserabili che gettavano pietre dai ponti dell'autostrada, romeni i sacerdoti pedofili, romeno l'assassino del commissario Calabresi, romeni i rapitori e uccisori di Moro, Casalegno, Bachelet, Tobagi, Biagi e altri, romeni gli assassini di Pecorelli e la banda della Uno bianca, e per concludere romeni gli assassini di Mattei, del bandito Giuliano, di Pisciotta, di Mauro De Mauro, dei fratelli Rosselli e di Matteotti.

Romeni erano Giulianu e gli autori della strage di Portella delle Ginestre, i colpevoli del caso Wilma Montesi (ricordate il cupo Piccionului?) gli sparatori dei morti di Reggio Emilia, i golpisti del Piano Solo; romeni erano i compagni di merende del mostro di Scandicci, gli autori degli attentati a Falcone e a Borsellino e del massacro di piazza della Loggia a Brescia, della strage dell'Italicus e di quella di Ustica, dell'omicidio Pasolini (forse anche Rom); romeni i gambizzatori di Montanelli, i commandos di via Fani e gli assassini di Moro, Coco, Occorsio, Alessandrini, Guido Rossa, Peppino Impastato, Pippo Fava, Piersanti Mattarella, Mino Pecorelli, Giorgio Ambrosoli, Ezio Tarantelli, Salvo Lima, don Pino Puglisi, Ilaria Alpi, Massimo d'Antona, Carlo Giuliani; romeni erano ovviamente l'attentatore del papa (agente dell'associazione Lupu Grigiu) e i massacratori di Dalla Chiesa e signora, romeno il rapitore di Emanuela Orlandi. Romeni infine tutti gli appartenenti al clan di Timisoara, Badalamentu, Provenzanul, Liggiu, Bontadeu, Rijnara, romeni gli strangolatori nazifascisti Tutu e Concutellului, evidentemente aderenti alle Guardie di Ferro di Codreanu.

Questi romeni hanno distrutto l'immagine di un paese di persone oneste, timorate di Dio, aliene dalla violenza, rispettose delle differenze etniche, religiose e politiche. Meno male che finalmente ci siamo accorti che i colpevoli erano loro altrimenti avremmo continuato a scavare tra i faldoni delle procure italo-sovietiche senza cavarne nulla, mentre ora con una buona organizzazione di ronde leghiste potremo finalmente ripristinare legge e ordine in questo nostro sfortunato paese.
(Umberto Eco – L'ESPRESSO, 6 marzo 2009)


LA QUESTIONE MORALE

La tribù dei capi carismatici

Con le recenti inchieste che hanno coinvolto esponenti politici di rilievo del centro-sinistra è tornata prepotentemente di attualità nel nostro paese la cosiddetta "questione morale". GUSTAVO ZAGREBELSKY - Prima di entrare nel vivo della discussione, desidero fare una premessa. In generale, nell' affrontare questi problemi, dobbiamo tenere conto della circostanza che la politica - da sempre, ab immemorabili - è un impasto potremmo dire di idealismi e di bassure, di idealismi e corruzione. Lo è forse intrinsecamente; quindi pensare che si possa avere una politica totalmente libera da corruzione rappresenta un caso di moralismo essenzialmente antipolitico. Da questa constatazione, però, non deriva che la corruzione debba essere accettata passivamente, anche perché, oltre un certo limite, essa è destinata a minare dall' interno il regime entro il quale si diffonde. Nel nostro caso, il regime democratico. Questa premessa mi pare necessaria. La corruzione politica non è uno scandalo "di sistema". Diventa invece uno scandalo "del sistema" se si diffonde fino al punto da diventare una sua regola costitutiva e da essere accettata come tale, senza che si manifestino reazioni o, peggio, che si manifestino reazioni non nei confronti della corruzione e di coloro che ne sono autori, ma nei confronti di coloro che la mettono a nudo, la denunciano, cercano di colpirla. Qui c' è una prima domanda alla quale dobbiamo tutti una risposta, quale che sia la nostra posizione nella società e nelle istituzioni: nel nostro paese, la corruzione la si combatte o la si copre? Secondo punto. Si ritorna a parlare di "questione morale", ma siamo tutti d' accordo nell' intendere che cosa sia la "morale" nella questione morale? Non ne sono sicuro. Inutile dire che vi sono concezioni della morale quante sono le visioni del mondo e, per restare al nostro tema, quante sono le visioni della politica. La corruzione è una questione di contraddizione tra concezione della politica e azione politica. Se cambia la concezione della politica, azioni che in una concezione sono perfettamente "morali" possono non esserlo più, e viceversa. C' è una morale politica comune, ora, qui, nel nostro paese? Guardiamo i fatti: i medesimi comportamenti, presso gli uni, provocano riprovazione; presso gli altri, nessuna riprovazione, anzi talora consenso. Ad esempio: la confusione del privato nel pubblico e del pubblico nel privato per alcuni è una gravissima prova di disprezzo delle istituzioni; per altri, è una benefica forma di modernizzazione, sburocratizzazione, perfino avvicinamento delle istituzioni e della politica alla gente. Chi è "morale" e chi "immorale"? Dipende dai punti di vista. Se i punti di vista sono lontani, il discorso sulla necessità di una vita pubblica ripulita dalla corruzione - una questione che dovrebbe unire, nel nome di un interesse comune, superiore a quello delle parti - diventa semplicemente un' occasione, un pretesto per scambiarsi accuse. In conclusione: ciò che dovrebbe essere ripristinata è la visione comune, l' idea del vivere insieme. Come si può fare appello alla morale in un paese in cui l' evasione fiscale, uno dei comportamenti eticamente più condannabili secondo un' etica repubblicana, sia accettata addirittura come esercizio di un diritto o manifestazione di furbizia? BARBARA SPINELLI - Partirei da quanto ha detto il professor Zagrebelsky a proposito della politica, che è sempre un impasto di idealismo e bassezze o di idealismo e forme di corruzione. è vero che il potere è qualche cosa che naturalmente corrompe. Come diceva lord Acton, "il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe assolutamente". è un dato di fatto. Nella storia del liberalismo - prima ancora che cominciasse l' esperienza della democrazia - si è guardata in faccia questa realtà e da qui hanno avuto origine tutte le teorie del potere che va limitato o controbilanciato. Montesquieu dice l' essenziale quando afferma: "Perché non ci sia abuso di potere occorre che il potere fermi il potere": che cioè ci siano istituzioni, organismi che facciano da contrappeso. Da qui è nata poi la separazione dei poteri, e da qui è nato anche il quarto potere, quello della stampa, che è un altro potere chiamato ad arginare il potere. Più avanti avremo modo di parlare di che cosa sia la morale in politica: sono convinta anch' io che essa sia la questione centrale nell' Italia contemporanea. Eugenio Scalfari ha spiegato d' altronde come lo sia quasi da principio, nella sua storia. La cornice fondamentale che impone un comportamento corretto in politica è però costituita sempre dalla possibilità che il potere fermi il potere. Solo la separazione dei poteri può garantire che la corruzione venga fermata, proprio perché il potere tende intrinsecamente a farsi assoluto e dunque a corrompere assolutamente, andando verso la crescente occupazione dello spazio pubblico da parte di singoli soggetti come i partiti, gli interessi particolari, e chiunque non abbia come obiettivo il bene comune o lo Stato, ma la promozione del proprio vantaggio e del proprio bene parziale. Chiunque parli di questione morale - o di giustizia che funzioni - in questo momento storico, nell' Italia di oggi, deve ormai preoccuparsi quasi sempre di spiegare che non è un moralista, che non è un giustizialista; così come deve sistematicamente spiegare, se difende la laicità, che non è un laicista. In questo momento, chi domanda comportamenti eticamente corretti in politica si trova in una posizione difensiva. LUIGI ZINGALES - Tutto quello che è stato detto finora mi sembra giustissimo. Però prima ancora di una questione morale, io parlerei di una questione legale in Italia, che non interessa solo la politica ma anche il mondo degli affari. In Italia il delitto paga, e paga molto. Tanzi è stato condannato, però non si sa se andrà mai in galera, anzi è probabile che non farà nemmeno un anno di galera nella sua vita. Fiorani è in Sardegna che si diverte, fa la bella vita. In Italia praticamente nessuno va in galera qualsiasi cosa faccia. O meglio, in galera ci vanno solo i poveracci, perché non hanno un buon avvocato e non sanno tirare a lungo le cose. ZAGREBELSKY - Naturalmente questione morale e questione legale sono strettamente legate. La legge è pur sempre un riflesso di un modo di concepire la vita sociale, secondo un punto di vista che è denso di contenuto etico, che rinvia a un' idea di vita buona, anche se è la legge più permissiva, più liberale del mondo. La libertà comporta un' etica della libertà. Ma in Italia la corruzione politico-amministrativa - e con questa alludo alla corruzione dei meccanismi della pubblica amministrazione come l' alterazione delle gare pubbliche, la compravendita di provvedimenti della pubblica autorità, insomma a tutti quei reati che hanno come vittime non singole persone concrete, ma la società nel suo complesso - viene considerata molto poco grave. Quando il soggetto passivo è "il pubblico", la coscienza etica si affievolisce. Sembra che ci sia un' idea pervasiva, che ha corrotto le nostre coscienze, secondo la quale ciò che è di tutti - ciò che è pubblico - per questo è di nessuno, non merita di essere difeso, può essere oggetto di spoliazione privata. E così da noi chi viene preso con le "mani nel sacco" sa di aver fatto, in fondo, ciò che molti altri, se ne avessero la possibilità, farebbero. Molte denunce, molte iniziative giudiziarie sono in realtà poco più che un omaggio ipocrita alla virtù. Ma basta lasciar passare un poco di tempo e tutto ritornerà come prima, anzi, in certi casi, peggio di prima. Quanti casi sapremmo indicare di persone incappate in "incidenti" giudiziari che ne sono usciti, in un modo o in un altro, rafforzati negli ambienti in cui operavano e continuano poi a operare? Nel nostro paese i crimini dei "colletti bianchi" - come si diceva una volta - sono sostanzialmente impunibili, perché tra condoni, indulti, norme che accorciano i termini di prescrizione eccetera, è praticamente impossibile arrivare a sentenze di condanna e poi all' esecuzione delle sentenze. E questa, secondo me, non è causa di corruzione, ma conseguenza di un certo modo di vedere le cose, quando di mezzo c' è "solo" l' interesse pubblico. Ritorno al mio chiodo fisso: quando parliamo di morale, forse fra noi tre c' è un certo accordo sul modo di concepirla, ma nel nostro paese? Barbara Spinelli faceva riferimento alla grande idea di Montesquieu del potere che arresta il potere, radicata nella convinzione che il potere è, in sé, corruttivo. Il potere corrotto, per Montesquieu, è quello troppo forte, smodato. I regimi sani, per lui, sono i regimi moderati. Ma questa è una, una soltanto, concezione della buona politica, una concezione liberale. Oggi hanno preso piede idee e pratiche politiche che Max Weber avrebbe definito carismatiche. Il capo carismatico, quello al quale i suoi adepti affidano fideisticamente le proprie sorti e dal quale si attendono tutto il bene possibile, non sa che farsi dei limiti, dei contropoteri eccetera. Li considera degli impacci, delle forme di corruzione del potere ch' egli vuole forte perché grande è l' attesa che gli adepti ripongono nel loro salvatore. Ecco, ancora una volta, la relatività dei punti di vista. Perfino l' imbroglio, la corruzione, il furto, il delitto, si giustificano quando la causa è grande e i leader carismatici non si accontentano di una piccola politica: vogliono il potere di fare tutto perché i fini che sbandierano sono grandi, storici, epocali, perché i nemici contro cui combattere sono potenti, pericolosi, subdoli. Perfino il "bossismo", la caricatura del regime carismatico (bossismo non nel senso di Bossi, ma del potere del "boss"), ha bisogno di ideali per giustificarsi e per giustificare l' uso spregiudicato di ogni mezzo possibile. Nel nostro paese le reazioni all' illegalità sono così diverse proprio perché diverse sono le concezioni delle relazioni politiche e sociali alle quali - consciamente o inconsciamente - ci si ispira. Se si vuole, con una semplificazione, per l' una "il fine non giustifica i mezzi", mentre per l' altra, altrettanto classica, "il fine giustifica i mezzi".
(Gustavo Zagrebelsky, Barbara Spinelli, Luigi Zingales - LA REPUBBLICA, 30 gennaio 2009)

RATZINGER 01

"La scomunica di Pio XIII"
Dopo le parole di Fini il Vaticano si indigna e costituisce repentinamente un'Accademia Pontificia per la Lotta all'Antisemitismo

Passano i giorni, ma in Vaticano l'indignazione per le parole di Gianfranco Fini è ancora molto viva. Monsignor Rapunzel, capo dell'Accademia Pontificia per la Lotta all'Antisemitismo, costituita giovedì scorso subito dopo le dichiarazioni di Fini, ha prodotto una impressionante mole di documenti che certificano lo strenuo impegno della Chiesa contro le leggi razziali.
Dalle carte prodotte da monsignor Rapunzel, risulta che oltre a Pio XI e Pio XII ci fu anche un Pio XIII, meno noto ma molto stimato, che denunciò il genocidio degli ebrei e scomunicò i nazifascisti.
Le prove della sua esistenza, fin qui sfuggita agli storici, sono contenute negli archivi segreti del Vaticano, che saranno consultabili a partire dal 2550.
Come anticipo, monsignor Rapunzel ha comunque mostrato ai giornalisti una fotografia di Pio XIII, raffigurato mentre affronta a mani nude un gruppo di Esse Esse nelle vie di Roma. A chi gli ha fatto osservare che si tratta di un maldestro fotomontaggio (nell'immagine il presunto Pio XIII non solo è identico a Francesco Totti, ma ha anche la maglia della Roma, ed è alto il doppio dei tedeschi), monsignor Rapunzel non ha voluto replicare per non alimentare nuove polemiche.
Quanto alla scomunica dei nazisti, Rapunzel ha aggiunto che a ogni buon conto anche Pio XI e Pio XII ne avevano preparata una, scritta a quattro mani (i due erano molto amici) ma mai recapitata a causa di disguidi postali. Solo nel 1996, racconta il monsignore, le poste tedesche hanno ritrovato, tra la corrispondenza inevasa, una cartolina del 1939, raffigurante il cannone del Gianicolo, indirizzata a 'Adolf Hitler, Germanià e recante la scritta "A Roma andai / e a te pensai", con l'aggiunta della frase, scritta molto in piccolo ma bene intelligibile, "ti scomunico, firmato il Papa". Forse tradito dall'entusiasmo, l'alto prelato ha poi aggiunto che anche Pio IX fu un convinto antinazista, e quando i giornalisti gli hanno fatto osservare che Pio IX morì nel 1878, Rapunzel ha riposto, commuovendosi, che fu un Papa di grande preveggenza.
Tra le altre iniziative del Vaticano contro le false accuse di Fini, da segnalare anche il notevole sforzo editoriale: sarà ripubblicato prossimamente, a cura della Legatoria Pontificia per le Opere di Fiction, un prezioso incunabolo di immenso valore storico e fin qui sconosciuto, il Codice di Otto, dal nome di un monaco tedesco, Otto Strudel, che già nel tredicesimo secolo confutò uno per uno tutti i pregiudizi antisemiti, da quello più grave sull'enorme naso fino a quelli più veniali come l'accusa di deicidio. I primi bibliofili che hanno avuto la fortuna di vedere il Codice di Otto sono però perplessi: una delle miniature raffigura distintamente una Playstation, e un intero capitolo è dedicato a un carteggio tra l'autore e Gad Lerner. "Attaccarsi a questi pretesti per confutare l'autenticità dell'opera", sostiene l''Osservatore Romanò, non aiuta a portare avanti il dialogo".
Ai margini del convegno nel quale si presentava il Codice di Otto, un altro influente prelato, monsignor Kartoffeln, ha svelato ai giornalisti di avere personalmente salvato un ebreo, ospitandolo a casa sua e offrendogli la sua protezione. Richiesto di ulteriori chiarimenti, monsignor Kartoffeln ha ammesso che l'episodio è avvenuto nel febbraio 2004, ma ha aggiunto che all'epoca non era ancora del tutto sicuro che avere a che fare con un ebreo fosse consentito dalle leggi italiane e tedesche.
Infine, sul piano teologico, la vecchia accusa di deicidio viene ritenuta dalla Chiesa poco rilevante perché anche Cristo era ebreo.
[Michele Serra - L'ESPRESSO, 24 dicembre 2008)

CERTI AMBIENTI

"Rasista mi? Ma se l'è lü che l'è negher!"
Dire che Obama è 'un nerò è una palese verità, dire che 'è nerò è già un'allusione al colore della pelle, dire che è abbronzato è una maligna presa in giro.

Si saranno forse calmate le discussioni a livello nazionale ma non a livello internazionale. Da amici di vari paesi accade di ricevere ancora e-mail in cui ci chiedono come mai il presidente Berlusconi abbia potuto commettere la storica gaffe, quando ha scherzato sul fatto che il nuovo presidente degli Stati Uniti, oltre che giovane e prestante, era anche abbronzato. Numerose persone si sono sforzate di dare una spiegazione per l'espressione usata da Berlusconi. Per i malevoli si andava dall'interpretazione catastrofica (Berlusconi voleva insultare il neo presidente) a quella formato 'trash': Berlusconi sapeva benissimo di fare una gaffe ma sapeva anche che il suo elettorato è quello che adora queste gaffe e lo trova simpatico proprio per questo. Quanto alle interpretazioni benevole andavano da quelle ridicolmente assolutorie (Berlusconi, devoto delle lampade abbronzanti, voleva lodare Obama), a quelle appena indulgenti (ha fatto una battuta innocente, non esageriamo).
Quello che gli stranieri non capiscono è perché Berlusconi, invece di difendersi dicendo che è stato frainteso e voleva dire altro (che sarebbe poi la sua tecnica abituale), ha insistito nel rivendicare la liceità della sua espressione. Ora l'unica risposta vera è che Berlusconi era effettivamente in buona fede, pensava di avere detto una cosa normalissima, e non vede ancora adesso che cosa ci fosse di male. Ha detto (pensa lui) che Obama era nero; e non è forse nero, e nessuno lo nega? Viene in mente la battuta dell'affittacamere milanese che rifiutava di dare il monocamera a un africano: 'Rasista a mi? Ma se l'è lü che l'è negher!'. A parte le battute, Berlusconi sembra sottintendere: che Obama sia nero è evidente, tutti gli scrittori neri in America si sono detti felici perché un nero va alla Casa Bianca, da tempo i neri di America ripetono che 'black is beautiful', nero e abbronzato sono la stessa cosa e quindi si può dire che 'tanned is beautiful'. O no? No. Vi ricorderete che i bianchi americani chiamavano 'negrò (pronuncia 'nigrò) gli originari dell'Africa, e quando volevano esprimere il loro disprezzo dicevano 'nigger'. Poi i neri hanno ottenuto di essere chiamati 'black'; ma ancora oggi dei neri possono dire, per provocazione o per scherzo, che sono 'nigger'. Salvo che possono dirlo loro, ma se lo dice un bianco gli rompono la faccia. Così come ci sono dei gay che per qualificarsi provocatoriamente usano espressioni ben più denigratorie, ma se le usa uno che gay non è, come minimo si offendono.
Ora, dire che un nero è andato alla Casa Bianca costituisce una constatazione e può essere detto sia con soddisfazione che con odio, ma può essere detto da chiunque. Definire invece un nero come abbronzato è un modo di dire e non dire, e cioè di suggerire una differenza, senza osare chiamarla col suo nome. Dire che Obama è 'un nerò è una palese verità, dire che 'è nerò è già una allusione al colore della pelle, dire che è abbronzato è una maligna presa in giro.
Certo che Berlusconi non voleva creare un incidente diplomatico con gli Stati Uniti. Ma ci sono dei modi di dire o di comportarsi che servono a distinguere persone di diverse estrazioni sociali o diverso livello culturale. Sarà snobismo, ma in certi ambienti una persona che dice 'manàgment' è immediatamente connotata in senso negativo, e così chi dice 'università di Harvard' senza sapere che Harvard non è un luogo (poi ci sono addirittura quelli che pronunciano 'Haruard'); e dagli ambienti più esclusivi viene bandito chi scriva 'Finnegan's Wakè con il genitivo sassone. Un pochino come un tempo si individuavano come persone di bassa estrazione coloro che alzavano il mignolo mentre sollevavano il calice, se gli si offriva un caffè dicevano "a buon rendere" e invece di dire "mia moglie" dicevano "la mia signora".
Talora il comportamento tradisce un ambiente di origine: ricordo di un personaggio pubblico noto per la sua austerità che, alla fine di un mio discorso all'apertura di una mostra, è venuto a stringermi cordialmente la mano dicendomi "professore, non sa quanto mi ha fatto godere". Gli astanti hanno sorriso imbarazzati ma quella brava persona, avendo sempre frequentato persone timorate di Dio, non sapeva che quella espressione ormai si usa solo in senso carnale. Per quanto riguarda lo spirito si dice "è stato veramente un godimento intellettuale". "E non è la stessa cosa?", direbbe Berlusconi. No, i modi di dire non sono mai la stessa cosa.
Semplicemente Berlusconi non frequenta certi ambienti dove si sa che si può nominare l'origine etnica ma non alludere alla tinta della pelle, così come non si deve mangiare il pesce con il coltello.
[Umberto Eco - L'ESPRESSO, 14 novembre 2008]


LA VITA COSÌ È
[Teresa De Sio]

La vita così è
ha risvolti inattesi
e mentre la rincorri a piedi
hai gambe corte su lunghissimi metri,
la vita così è
è continua sorpresa
oggi è una tavola imbandita
domani ha il passo della volpe inseguita,

la vita così è
è falsaria e moneta
sale di lacrime e risata
eterna rosa inattesa
la vita così è
oggi è casa d'uccelli
domani è barca e ferrovia
è amarezza segreta
ed è improvvisa allegria

la vita così è
è questo golfo di Napoli
che rassomiglia un pò a Bahia
ed è il mare di Genova
che arriva fino a Bastia.

La vita così è
è silenzio e canzone
è luce all'improvviso accesa
è l'uragano dopo un anno di sole,
la vita così è
nostra sola balera
e ai ballerini è la speranza
che sopra ai tacchi li fa girare,
la vita così è
è colomba e catena
gioco d'azzardo e lotteria
è la fortuna con tutti i suoi fiori
addormentata in un prato,

la vita così è
ed è lunga cent'anni
che consumiamo in un bicchiere
di vino fresco in un giorno di sole
in un lunghissimo aprile.

DEDICATO A P.C.
MUSICISTA

posted da Maria Luisa Santella
giovedì 12 giugno, 2008

THE PARALLEL LAND
DREAM'S THEORY.
CHAOS TIME.
TEMPO DI CAOS.
IMMOBILE MOVIMENTO.
FIGURES IN A LANDSCAPE.
I NATIVI AUSTRALIANI
CI INSEGNANO
IL SENSO REALE
DI UNA IDENTITÀ CULTURALE.
A TOTAL IDENTITY
BETWEEN
HUMANITY AND LANDSCAPES.
IT'S THE TIME OF
THE QUICKENING
OF THE CHILD
IN THE WOMBS.
CANTI NEL GREMBO
DELLA MADRE TERRA.
CANTI CHE GIRANO NELLE NOSTRE MANI!
MA CHI NON HA LA CHIAVE D'ACCESSO
NON PUÒ
DECODIFICARE LA MATASSA,
ESSI NON POSSONO COMPRENDERE
IL LORO RUOLO
NELLA TESTURA DEL COMPLOTTO GLOBALE,
ANCHE SE CREDONO DI ORDIRLO.
IN QUESTO ENTR'ACT TRA DUE ERE
"RICONCILIAZIONE"
È LA PAROLA CHIAVE.
SOLTANTO DOPO
"LA RECONCILIAZIONE"
GLI INIZIATI
POSSONO POSSEDERE
IL MONDO NELLE LORO MANI.
I VERI ARTISTI,
COME GLI ANTICHI EROI TRAGICI,
CONTEMPORANEI SANTI,
STANNO GIÀ COMINCIANDO
L'ULTIMA PARTE
DEL VIAGGIO DI INIZIAZIONE.
LA PAROLA CHIAVE
ISCRITTA NEI CANTI ORIGINARI
NON È PIÙ UN MISTERO
PER LORO.
ESSI SONO L'AVANGUARDIA.
STANNO COMPLETANDO
L'IMMAGINE TOTEMICA
DELLA MAPPA
DEL LORO VIAGGIO.
IL LOGOS STA ANIMANDO
LA NUOVA IMMAGINE DELLA TERRA.
I GEROGLIFICI STANNO APPARENDO
SULLE MURA DI QUELLE CREATURE
CHE HANNO SCELTO
DI DIVENTARE UN TEMPIO.
LA FINE/INIZIO
È NELLE NOSTRE MANI!
GLI INIZIATI
STANNO PER CONQUISTARE IL MONDO!
LA NUOVA SCRITTURA PER RAPPRESENTAZIONE
DA DUEMILA ANNI È UNA REALTÀ PARALLELA!
IN PRINCIPIO C'È UN LIBRO
IN CUI TUTTE LE CREATURE VIVENTI ETERNE
SONO SEGNATE.
ED ANCORA C'È!
NESSUNO PUÒ CANCELLARE O MODIFICARE
CIÒ CHE È SCRITTO IN QUEL LIBRO.
CHIUNQUE PROVA A FARLO SCOMPARE!
REST IN YOUR HANGING GARDEN,
NELLE TUE SOSPESE STANZE,
RIPOSA NEL TUO GIARDINO PENSILE,
THE DREAMER IS DREAMING
A NEW DREAM ABOUT YOU!

PIL
Siamo chiari fin dall'inizio: non troveremo né un fine per la nazione né la nostra personale soddisfazione nella mera continuazione del progresso economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi nazionali sulla base del Prodotto Interno Lordo. Perché il prodotto nazionale lordo comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgomberare le nostre autostrade dalle carneficine. Mette nel conto le serrature speciali con cui chiudiamo le nostre porte, e le prigioni per coloro che le scardinano.
Il prodotto nazionale lordo comprende la distruzione delle sequoie e la morte del lago Superiore. Cresce con la produzione di napalm e missili e testate nucleari, e comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica. Il prodotto nazionale lordo si gonfia con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte nelle nostre città; e benché non diminuisca a causa dei danni che le rivolte provocano, aumenta però quando si ricostruiscono i bassifondi sulle loro ceneri. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck e le trasmissione di programmi televisivi che celebrano la violenza per vendere merci ai nostri bambini.
E se il prodotto nazionale lordo comprende tutto questo, molte cose non sono state calcolate.
Non tiene conto dello stato di salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro giochi. E’ indifferente alla decadenza delle nostre fabbriche e insieme alla sicurezza delle nostre strade. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l’intelligenza delle nostre discussioni o l’onestà dei nostri dipendenti pubblici. Non tiene conto né della giustizia dei nostri tribunali, né della giustezza dei rapporti tra noi. Il prodotto nazionale lordo non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né le nostre conoscenze, né la nostra comprensione, né la devozione al nostro Paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta; e può dirci tutto sull’America, eccetto se siamo orgogliosi di essere americani.
(Robert Kennedy)

'O SCARRAFONE
Frastornato dall'inaspettato concerto.
Eviterei di giudicare a caldo, ma qui è inevitabile.
Pino Daniele ha suonato con i suoi amici storici, e già questo forse bastava all'Operazione Nostalgia.
25 €. Non so se ci sarei andato, se non fossi stato invitato.
Comincia il concerto. Giusto il tempo di accorgerci che dietro il palco non c'è alcuna diffusione.
Castaldo, Venegoni, Vacalebre e altri giornalisti escono dalla sala stampa allestita sotto una tenda alle mie spalle e si infilano tra la prima fila di transenne e il palco. Io, Marina Confalone e qualche altro ospite decidiamo di seguirli. Lì si sente, e bene.
Arrivano sul palco De Piscopo, Esposito, Amoruso, Senese, Zurzolo e succede il miracolo. Non me l'aspettavo. Ho sempre amato Pino Daniele, anche l'ultimo, quello che chiamano "commerciale", ma non m'aspettavo di essere sorpreso da tanta energia e da tanto talento musicale. Tullio De Piscopo è davvero un batterista immenso. Oggi più di ieri. Picchia più e meglio di un ventenne, e non perde un colpo. Forse qualche pappagalletto di oggi in canotta, bicipiti e cappellino dovrebbe ritornare a solfeggiare un pò, prima di mettersi a suonare... Tony Esposito discreto e puntuale, mai di troppo. Zurzolo: stile infinito. Joe: felicità allo stato puro: virtuoso, scodinzolante e logorroico come nessuno: lui sì, altri meglio di no. E James Senese. Guardate: l'annosa e controversa vicenda di quante note sia state disperse - anzi, di più - dissipate - anzi, di più - sprecate dai volenterosi sassofonisti napoletani si potrebbe spiegare forse, secondo un criterio di vasi comunicanti, con la tendenza inversa che ha contraddistinto la carriera invidiabile e luminosissima di Senese. Mai una nota di troppo o non necessaria. Mai una frase stupida o stereotipata. Insomma pare che tutte le note scartate da James negli ultimi 25 anni le abbiano raccolte i suoi figliocci un pò imbranatucci e rimasti sott'a botta 'mpressiunati dalla visione di De Niro in New York New York (ma De Niro finge di suonare, ragazzi!), e le abbiano suonate tutte insieme a una velocità stratosferica creando il famigerato Bulimic Neapolitan Saxophonic Style. Grandissimo Senese, grazie per la bellissima serata.
E infine Pino. In questa gara di rigore e di sintesi, Pino Daniele figura da santone implacabile, centrato che più non potrebbe e a fuoco tra le idee e la pratica musicali. Le dita e la voce di Pino sono tutt'uno. La concentrazione leggera è difficilmente riscontrabile in colleghi del circo pop sempre un pò impauriti e paurosi di troppo alcol o chissà cosa (ancora). La piazza di stanotte ha detto sì a Pino e i suoi amici, a Giorgia, a D'Angelo. Ni all'insistito vibrato teatrale d'ordinanza di Peppe Servillo (Terra mia) con i tollerabili Avion Travel; ni al diesel di Irene Grandi. E un fragoroso no all'intruso D'Alessio. Indifendibile D'Alessio. C'è però da chiedersi se sia stato solo un caso che il riff dello Scarrafone sia spuntato all'improvviso dalle corde della chitarra di Pino tramutato in "Te ne vaie o no? Te ne vaie sì o no?", diventando all'istante inevitabile base per il coro unanime e spaventoso all'indirizzo del povero Gigi.
Archiviati D'Alessio e una decina d'anni di impossibili paragoni da un mare di fischi, la serata è scivolata verso qualche bis anni '90.
Andando via tra la folla mi sono chiesto: ma chi sono questi ragazzi che hanno affollato il concerto? Dove vivono queste persone?
Solo belle facce. Cento, mille, cinquemila belle facce.
Sempre divisa in due, Napoli. Stanotte abbiamo vinto noi.
Domani si prenderanno la loro rivincita.
E così via.

[martedì 8 luglio 2008 - 23.58 pm - dopo il concerto di Pino Daniele in piazza Plebiscito]

'O SCARRAFONE 2
Carissimo,
trovo la tua mail
a proposito del concerto di ieri sera
proprio mentre ne parlavo
con Michele GENTILE.
Saremo in tanti a parlarne,
almeno questa mattina.
Anche se credo
che ne parleremo a lungo.
Condivido le tue considerazioni
ma aggiungo
che, come sempre, il problema sta
in una visione politica
del senso dell'Arte.
Lo splendido concerto,
(condivido la pietà
per gli Avion Travel
che hanno distrutto Terra Mia,
e per alcuni inutili e dannosi infiltrati),
sull'aria di "Napul'è"
ha smosso dal profondo
ricordi mitici e considerazioni amare.
Eravamo ricchi di speranze
e di potente Arte,
ora siamo certi
che siamo noi a dover cambiare
tutto!
Il primo Daniele
del Play Studio di Arturo Morfino
era vivo
nella graffiante serata di ieri
con la visionaria certezza
che l'Arte può, deve, affondare
la sua unghiata
su ciò che chiamiamo "realtà"
ma non senza sollevare un polverone chimico
sul senso di un oggi
che confusionalmente
non si rende conto
che stiamo ad una svolta epocale.
Il vecchio concetto di poliica
manipolatrice di ogni evento
a suo fine
è morto
e il nuovo concetto
che la politica in primis
deve veramente
occuparsi funzionalmente
dei bisogni di sopravvivenza
primari e no
dei milioni in piazza
e davanti ai televisori
non è ancora nato.
Gli artisti erano come sono
grandi
ma è finito il tempo
che per continuare
ad esprimersi e connettersi
tutto debba passare
per un ossequio ai "potenti".
Napule resterà "'na carta sporca"
finchè non accettiamo
che nel terzo millennio
quella folla immane
non è più una massa
ma un esercito
di esseri unici e irripetibili
che chiede
condizioni di vita dignitose
e rispettose della loro individualità,
fuori da 'imbroglì per 'arraffarè
quanto denaro si può
e distribuirlo
non in base a necessità e meriti
ma solo in rispetto di una bieca piageria,
quanto di peggio
il vecchio mondo ancora esprime.
Strisciare, ma perché?
Così ben vengano artisti
che quando possono
prendono il potere tra le loro
ardite e affilate mani
per liberalo in un gesto
di arte veramente collettiva.
Come ha fatto Pino Daniele
con i suoi fratelli puri,
pubblico e artisti,
nominati e non,
presenti e non,
centinaia di migliaia,
ognuno un artista completo a sé.
La città, il mondo, il vivere, l'arte,
tutto è nostro,
prendiamocelo e rendiamolo "bello".
(Maria Luisa Santella)

COCAINA
La cocaina è il modo più usato da Dio per avvertirti che stai facendo troppi soldi.
(Robin Williams)

MUSICA 1
Music, like life itself, is inconceivable without romanticism. Romanticism is a high dream of the past, present, and future - a force of invincible beauty which towers above, and conquers, the forces of ignorance, bigotry, violence, and evil.
(Giya Kancheli)

MUSICA 2
Nel 1931 l´Orchestra Sinfonica di Boston festeggiava cinquant´anni di vita. Il direttore dell´istituzione, Serge Koussevitzky, era un fautore della musica moderna e chiese agli autori più in vista dell´epoca un brano per celebrare l´anniversario nel corso della stagione. Nacquero così alcuni tra i più celebri lavori del Novecento, tra cui la Sinfonia di Salmi di Stravinskij, il Concerto in sol di Ravel e anche la Konzertmusik per archi e ottoni op. 50 di Paul Hindemith. Negli anni Venti Hindemith aveva creato con sorprendente facilità tre blocchi di lavori che costituivano una sorta di enciclopedia della prassi strumentale: le Sonate per strumento solista, le sette Kammermusik e le quattro Konzertmusik. L´idea di sperimentare la catena di montaggio musicale era già presente nella mente di Hindemith: «Potrei scrivere un´intera serie di sonatine di questo tipo – scriveva nel settembre 1918 a un´amica. – Ciascuna delle successive deve avere un carattere completamente diverso, anche formalmente. Voglio vedere se riesco con una serie di questi pezzi ad ampliare le possibilità espressive». L´intenso processo creativo di quel decennio ebbe però il carattere di un grande studio sulla forma, l´unica strada rimasta aperta verso il moderno per un musicista che, come lui, non fosse disposto a ripudiare la concezione tonale della musica. Hindemith poteva cercare un rinnovamento solo in questa direzione, in effetti, perché non riuscì mai, a differenza della scuola viennese, ad abbandonare interamente una concezione armonica tonale della musica. Hindemith si spinse fin dove era possibile dire cose nuove adoperando il linguaggio contrappuntistico-tonale, che era stato il suo nutrimento scolastico nella classe di Bernhard Sekles a Francoforte. Hindemith non osò procedere oltre le colonne d´Ercole tracciate da Bach, neppure nei lavori più arditi e apparentemente atonali. Schoenberg, spezzando la gerarchia tradizionale dei suoni, aveva imposto ai musicisti del suo tempo una scelta drammatica: perdere l´identità linguistica o rimanere esclusi dalla modernità. Hindemith aveva cercato di eludere il problema avanzando una preoccupazione di ordine, per così dire, sociologico. «Il problema che ci sta di fronte – sosteneva in un articolo del 1929 – è questo: il vecchio pubblico si sta esaurendo; come e che cosa dobbiamo scrivere per un altro e più vasto pubblico a venire? [...] Quanto prima il concerto nella sua forma attuale morirà, tanto più rapidamente avremo la possibilità di rinnovare la vita musicale». E ancora, in una lettera dell´8 maggio 1930: «In questi ultimi anni mi sono allontanato quasi del tutto dalla musica concertistica e ho scritto quasi soltanto musica di tendenza sociale o pedagogica: per amatori, per bambini, per la radio, per strumenti meccanici ecc. Considero questa maniera di comporre più importante che scrivere a scopo professionale, poiché quest´ultimo è quasi solo un compito tecnico per un musicista e ha contribuito poco allo sviluppo musicale». Ma alla fine degli anni Venti Hindemith risolse di seguire la propria natura, consapevole che una fase della sua vita creativa si era definitivamente chiusa. La Konzertmusik per archi e ottoni fu l´ultimo lavoro di Hindemith contrassegnato da un numero d´opus. Così come la commedia musicale Neues vom Tage aveva concluso il suo percorso sperimentale nel teatro, l´op. 50 mise la parola fine all´epoca della cosiddetta Gebrauchsmusik, la musica d´uso. Nel corso del lavoro alle ultime Konzertmusik, infatti, l´autore cominciava a mettere in discussione questo indirizzo estetico. La svolta fu espressa apertamente in uno scritto del 1930, in cui Hindemith dichiarava: «Occorre distinguere due maniere antitetiche di fare musica: suonare per gli altri e suonare per sé. Suonare per gli altri è compito del musicista, suonare per sé, attività per i profani». L´op. 50, infatti, è musica per professionisti al massimo livello, calibrata sulle smaglianti doti di una grande orchestra come quella di Boston.

ROM
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento,
perché rubacchiavano
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto,
perché mi stavano antipatici
Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato,
perché mi erano di fastidio
Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente,
perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare
(Bertolt Brecht)

INTERCETTAZIONI
Milano, 10 giugno 2008 -''Ho sempre pensato al bene degli ammalatì'. Così Pier Paolo Brega Massone, l'ex primario della clinica Santa Rita di Milano, ha risposto al gip Micaela Curami, secondo quanto riferito dal suo avvocato Giuseppe Cannella, durante l'interrogatorio di garanzia nel carcere di San Vittore.

La smania di eseguire il numero più alto di operazioni chirurgiche possibile, così la definiscono i pm milanesi Grazia Pradella e Tiziana Siciliano, del dottor Pier Paolo Brega Massone della clinica Santa Rita sembra emergere da alcuni passaggi di una telefonata intercettata tra lo stesso Brega Massone e Gianluca Merlano, anch'egli coinvolto nella indagine.

- Merlano: «Cioè tu pescavi dall'Oltre Po pavese?».

- Brega Massone: «Ma io pescavo dappertutto, da Lodi, dove tiravo fuori le mammelle, poi ho cominciato a pescare anche i polmoni... dall'Oltre Po pavese, da Pavia, da Milano ormai perchè comunque tutti i miei ex pazienti in istituto mi seguono e ancora adesso.... Oggi ne sono venuti tre a Pavia di pazienti che venivano lì a far le visite, continuano a telefonarmi e mi dicono anche a pagamento noi veniamo da lei..... Quindi voglio dire, cioè, io avevo ormai un giro che mi ero creato con il mio modo di fare.... Essere disponibile a qualsiasi ora... ancora adesso pensa che questi ultimi 15 giorni avrò fatto 35-40 visite gratis....».

- Merlano: «Sì, sì».

- Brega Massone: «Di gente che mi chiama, viene, mi porta le lastre. Stasera è venuta la mamma di quella paziente down, poverina, voglio dire cioè qui il problema è che loro non si rendono conto che comunque trovare un paziente che abbia.... Ma tu ricordati Volpato.... il quale era un professore universitario... Quanti cazzi di interventi faceva? Quattro al mese... Si ciucciava tutto lui, si faceva venire quei quattro sfigati, con la storia che era dell'università, gratis, che lo portavano in macchina avanti e indietro e si beccava lui alla fine il Drg e faceva sei-sette massimo... Gli ho visto fare sette pazienti ma neanche tutti polmoni... Sette, non so se tu prendi 800 euro per polmone, sette per otto fa 5.600 euro....».

- Merlano: «Uhm».

- Brega Massone: «No? Con cosa ci paghi? Con 5.000 euro lordi che sono già 4.000 e di quei 4.000 netti cosa ne prendi, due tu e uno gli altri due? Ma gli altri due per uno ci sputano in faccia.... Ciò non vengono a fare il giro o stanno lo lì, capito?».

- Merlano: «Certo».

- Brega Massone: «Ma sì, cioè i numeri sono questi! Cioè o tu fai 15 polmoni, o altrimenti non puoi pagare una equipe.... E per fare 15 polmoni... auguri... e no, dico, poi se sei fortunato che in un mese ti arrivano quattro politraumi e non so dieci fratture costali, ma cosa fai ti metti ad operare dieci fratture costali perchè non hai pazienti?».

- Merlano: «Uhm».

- Brega Massone: «Poi fra un pò arriva la Asl, che già è saltata addosso a me per delle cazzate, immagina se tu gli operi delle fratture costali che sono un Drg medico... cioè capisci?».

Diverse sono le intercettazioni telefoniche contenute nella indagine sulla clinica milanese Santa Rita nelle quali Pier Paolo Brega Massone, uno degli arrestati, con l'accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, discute su quanto possano rendere determinate operazioni chirurgiche in relazione ai Drg (i moduli dai quali si deduce il rimborso dal Sistema sanitario nazionale per le patologie, ndr). In una di queste telefonate, Brega Massone, a colloquio con un certo Aldo, afferma, riferendosi ad una paziente: «Cioè nel senso... ha solo magari un drenaggio..., se fai lo svuotamento.... Voglio dire... dal punto di vista della cosa... per esempio... la mammella è una di quelle cose che... non rende moltissimo a livello del Drg.... Però sono tutti...., però insomma, dipende.... Se ha i linfonodi positivi sono anche... voglio dire 5.000 mila euro di Drg...».


INTORNO AL PRINCIPIO DI RESPONSABILITÀ
La responsabilità ci pone di fronte a un dilemma. Da una parte rappresenta un tratto prominente della moralità, in cui ci rendiamo capaci di rispondere agli interessi e alle aspettative degli altri. L’irresponsabilità ci rinchiude in un mondo, da cui scompare larga parte di ciò che é interessante e degno di essere vissuto. L’irresponsabilità offusca la nostra visuale delle cose, trasforma una richiesta di aiuto in una sollecitazione fastidiosa o nell’occasione per un pensiero sulla capacità dell’esistenza altrui. La responsabilità, al contrario, ci fa entrare in un vastissimo mondo di interessi e di orizzonti, composto dai molteplici e coinvolgenti destini degli altri individui. Ma la responsabilità ha anche un’altra faccia, meno invitante. L’ideale dell’irreprensibilità può guidare la nostra esistenza come un giudice severo e cieco alla vastità dell'esperienza umana. Molte cose importanti della vita sorgono proprio dall’entusiasmo verso fini e azioni che appaiono altrimenti criticabili. E non è solo la creatività e l’inventiva nelle arti e nella scienza, che richiedono spesso un assorbimento incompatibile, come i doveri morali comuni, ma è proprio la morale stessa che può scoprire nuovi stili di vita, degni della nostra ammirazione, solo a patto di tradire il senso di responsabilità ereditato. Le evoluzioni morali delle nostre società hanno significato, di volta in volta, il rifiuto della responsabilità verso la nazione o verso la propria chiesa o verso i ruoli tradizionali nelle famiglie. La responsabilità é uno dei simboli della moralità, ma può anche farci prigionieri in un mondo gretto e moralistico.

Non abbiate paura di essere teatrali. Queste persone stanno recitando. Io sono un cane. Qui c'è qualcuno che sta recitando. E non sono io. Qui dev'esserci qualcuno che sa recitare! Tra cani e spettatori la sfida è persa in partenza dai primi. E i secondi non sanno d'aver vinto. Non immaginano neanche di averlo costruito proprio bene, il personaggio. Si tolgono poltrone alla platea, si spinge il naso sulla scena, sbirciando tra le quinte, l'importante è il back-stage. Quand'è che s'è ammalata l'attitudine allo sguardo, inducendo almeno due generazioni a piegare la schiena davanti al buco della serratura?


COMARE COLETTA

«Saltella e balletta
comare Coletta!
Saltella e balletta!»

Smagrita, ricurva, la piccola vecchia
girando le strade saltella e balletta.
Si ferma la gente a guardarla,
di rado taluno le getta denaro;
saltella più lesta la vecchia al tintinno,
ringrazia provandosi ancora
di reggere alla piroetta.
Talvolta ella cade fra il lazzo e le risa:
nessuno le porge la mano.

«Saltella e balletta
comare Coletta!
Saltella e balletta!»

- La tua parrucchina, comare Coletta,
ti perde il capecchio [1]!
- E il bel mazzolino, comare Coletta,
di fiori assai freschi!
- Ancora non hanno lasciato cadere
Il vivo scarlatto.
- Ricordan quei fiori, comare Coletta,
gli antichi splendori? -
- Danzavi nel mezzo ai ripalchi [2],
n’è vero, comare Coletta?
Danzavi vestita di luci, cosparsa di gemme,
e solo coperta di sguardi malefici, vero?
- Ricordi le luci, le gemme?
- Le vesti smaglianti?
- Ricordi gli sguardi?
- Ricordi il tuo sozzo peccato?
- Vecchiaccia d’inferno,
tu sei maledetta.

«Saltella e balletta
comare Coletta!
Saltella e balletta!»

Ricurva, sciancata,
provandosi ancora di reggere alla piroetta,
s’aggira per fame la vecchia fangosa;
trascina la logora veste pendente a brandelli,
le cade a pennacchi [3] di capo il capecchio
fra il lazzo e le risa,
la rabbia le serra la bocca
di rughe ormai fossa bavosa.
E ancora un mazzetto
Di fiori scarlatti
Le ride sul petto.

«Saltella e balletta
comare Coletta!
Saltella e balletta!»

[A. Palazzeschi, Poesie]

[1] capecchio: filaccia grossa della canapa.
[2] ripalchi: pedane di legno su cui si trovavano i tavolini e che delimitavano, nei caffè-concerto, lo spazio
destinato alle ballerine.
[3] a pennacchi: a ciuffi

WEBERN
Oggi un sempre minor numero di persone si interessa all'arte. Ciò che accade oggi in Germania è sinonimo di distruzione della vita spirituale. Guardate nel nostro campo! È interessante notare che i cambiamenti voluti dai nazisti riguardano quasi esclusivamente i musicisti, e da questo si può intuire quali saranno le conseguenze.
Che ne sarà della nostra lotta? (Quando dico "nostra" intendo parlare di quel gruppo che non va in cerca di un successo esteriore.) E se anche molti non appartenevano alla tendenza ideale di cui parlo, erano tutti comunque di una certa levatura ed era stata loro attribuita una carica perché era giusto che ricoprissero una certa funzione. Che cosa accadrà ancora? Forse qualcosa a Schönberg? E se la situazione precipitasse a causa dell'antisemitismo, chi in futuro darà un impiego a qualcuno che non sia ebreo e che, oltre a questo, sappia qualcosa?!
Tutto quel che accade nella cerchia di Schönberg, di Berg e nella mia - anche in quella di Krenek -, oggi viene definito "Kulturbolschewismus". E che cosa dovrebbe venire distrutto, annientato da questa volontà anticulturale?
Ma finiamola con la politica! Quali idee sull'arte hanno gli Hitler, i Göring, i Goebbels? Io mi sono dato la pena di spiegarvi le cose che devono accadere - indipendentemente dal fatto che vi sia qualcuno o non vi sia - mentre invece quel che accade è frutto di uno spirito totalmente opposto.
È così difficile distaccarsi dalla politica, perché è in gioco la vita! Ma tanto più urgente è il compito di salvare il salvabile. Con quale ritmo il pericolo va crescendo e la situazione mutando! Già da un paio d'anni si è cominciato a vedere dei mutamenti nella produzione artistica - eppure l'arte ha le sue proprie leggi e non ha niente a che fare con la politica -, ma si pensava che in qualche modo sarebbe ancora stato possibile uscirne. Oggi non siamo lontani dal vedere imprigionata una persona per il fatto di essere un artista serio.
O meglio: questo è già accaduto! Io non so cosa intenda Hitler per "Nuova Musica", ma so che per questa gente ciò che noi indichiamo con tale nome è un delitto. Non è lontano il momento in cui si verrà imprigionati perché si scrive di tali cose. Come minimo, già oggi, si viene messi da parte, sacrificati economicamente!
Capiranno, prima che sia tardi? Altrimenti sarà la rovina di ogni attività spirituale.
ANTON WEBERN

IL CAMMINO VERSO LA NUOVA MUSICA

(IV, 14 marzo 1933)

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